martedì 24 marzo 2015

NONTISCORDARDIME’ 2015- OPERAZIONE SCUOLE PULITE A PIAZZA ARMERINA

NONTISCORDARDIME’- OPERAZIONE SCUOLE PULITE A PIAZZA ARMERINA
PROTAGONISTI I BAMBINI DEL PLESSO CANALI
RACCOLTA DIFFERENZIATA, ECOLOGIA DOMESTICA E CITTADINANZA ATTIVA I TEMI DELL’EDIZIONE 2015


Anche quest'anno si è svolta a Piazza Armerina "Nontiscordardimè-operazione scuole pulite", il tradizionale appuntamento di Legambiente che coinvolge studenti, insegnanti e genitori.
Lunedì 16 marzo i volontari di Legambiente hanno incontrato i bambini della scuola dell'infanzia e della scuola di I grado del plesso Canali dell’I.C. Cordova e, insieme ai loro insegnanti, supportati da simpatici filmati animati, hanno spiegato ai piccoli perchè è necessario fare la raccolta differenziata e quali sono le modalità corrette per farla.
"Sono più di 10 anni ormai - dichiara la presidente del circolo Legambiente, Paola Di Vita, - che operiamo in collaborazione con le scuole, tramite i nostri volontari che seguono un vero e proprio percorso formativo che li rende veri e propri esperti dell’educazione ambientale, e che incontriamo bambini, insegnanti e genitori per parlare loro dell'importanza degli alberi, di energie pulite, di raccolta differenziata ma soprattutto di rispetto per la città in cui si vive. I piccoli sono senz'altro cittadini più attenti e sensibili degli adulti e questo lascia ben sperare in una generazione migliore".
Raccolta differenziata ma anche prodotti naturali sono stati i temi dell'appuntamento 2015. I bambini sono stati coinvolti in un vero e proprio laboratorio, condotto da Paola Venezia, durante il quale hanno preparato dei detergenti con prodotti presenti in natura e poi si sono dedicati alla pulizia dei loro banchi.
Ringraziamo le insegnanti del plesso Canali che ci hanno rivolto l'invito a realizzare, presso la loro scuola, l'iniziativa e tutti i bambini che ci hanno accolto con entusiasmo e simpatia.
“La partecipazione alla giornata – dichiarano infine i volontari di Legambiente – è stata infatti fortemente voluta dagli insegnanti e dagli studenti per dimostrare così come alcuni semplici gesti di cura e attenzione per l’ambiente in cui si vive possano contribuire a rendere l’ambiente più vivibile per tutti. Una dimostrazione ed un esempio di senso civico che dovrebbe appartenere a tutti i cittadini”.


L’UFFICIO STAMPA PIAZZAMBIENTE

mercoledì 14 gennaio 2015

Legambiente Sicilia e WWF: rifiuti, no all'emergenza

Rifiuti. Riproposizione modello cuffariano. Chi c'è dietro questo ritorno al passato? È solo l'ultima trovata a sensazione del presidente Crocetta o è la "solita idea" che il governo nazionale prova a imporre a quello regionale così come tentarono invano di fare i governi Berlusconi e Monti. Nell'interesse di chi stanno operando il governo nazionale e regionale?
Comunicato congiunto di Mimmo Fontana, presidente regionale di Legambiente Sicilia e Franco Andaloro, delegato WWF Sicilia

Sono passati alcuni mesi da quando la chiusura della discarica di Mazzarà Sant'Andrea ha reso ancora più complicata la gestione dei rifiuti in Sicilia. Da allora il caos sembra regnare sovrano.
Da un lato c'è la corsa contro il tempo del dipartimento rifiuti nel tentativo di mettere toppe per chiudere le falle prodotte dalla totale assenza di una seria politica di gestione dei rifiuti, dall'altro un ridda di dichiarazioni del governatore Crocetta, poco ragionevoli sul piano tecnico e politico, che hanno perfettamente descritto lo stato confusionale in cui versa il settore.
Da qualche giorno è arrivata l'ultima novità: siamo alla riproposizione del modello cuffariano in versione ridotta, senza nemmeno l'ambizione criminale che contraddistinse quel progetto.
Chi c'è dietro questo ritorno al passato? È solo l'ultima trovata a sensazione del presidente Crocetta o è la "solita idea" che il governo nazionale prova a imporre a quello regionale così come tentarono invano di fare i governi Berlusconi e Monti. In quel caso ci fu la strenua ma efficace resistenza dell'assessore Giosuè Marino che riuscì a evitare il peggio.
Sorge spontanea una domanda: nell'interesse di chi stanno operando il governo nazionale e regionale?
Vogliamo per il momento evitare riflessioni politiche e ci limitiamo a ribadire gli ormai arcinoti assunti tecnici:
  1. per costruire un inceneritore o anche solo per adeguare un vecchio impianto di produzione di energia elettrica ci vogliono anni. La media italiana va oltre i cinque anni. Come si può sostenere senza suscitare ilarità che questo possa servire a evitare l'emergenza che si paventa a partire dal mese di marzo?
  2. I Paesi del nord Europa, che pure usano gli inceneritori per garantire il teleriscaldamento delle case, sono in una profonda crisi perché hanno sempre meno materiale da bruciare a seguito dell'applicazione delle direttive comunitarie che da molti anni ormai impongono percentuali sempre più elevate di recupero di materia. Anche nelle regioni del nord Italia stanno chiudendo circa 10 inceneritori. Il decreto per uscire dall'emergenza in Campania prevedeva la costruzione di cinque inceneritori ma l'avvio di una seria raccolta differenziata ha di fatto impedito che se ne costruissero altri dopo quello di Acerra. Che senso avrebbe fare oggi, cioè fuori tempo massimo, una scelta rispetto alla quale tutti gli altri Paesi stanno tornando indietro per adeguarsi alle politiche europee?
  3. Chi propone oggi gli inceneritori in Sicilia, ha chiaro come questo confligga necessariamente con gli obblighi di recupero di materia che ci vengono imposti dalla normativa europea? Conosce le sentenze della Corte di Giustizia Europea che hanno condannato l'Italia proprio per il mancato rispetto della gerarchia che da priorità al recupero di materia?
  4. Dal punto di vista economico e industriale, gli inceneritori stanno in piedi solo grazie al recupero del calore che costituisce circa l'80% dell'energia recuperata dalla combustione. Per provare a costruire gli inceneritori anche nelle regioni calde, come nel caso del piano Cuffaro, si attuò una truffa ai danni dei cittadini italiani estendendo per alcuni anni a questi impianti il sostegno economico previsto per le rinnovabili. Oggi nessuna banca presterebbe un solo centesimo per la costruzione di un impianto d'incenerimento, a meno che non si provveda a truffare nuovamente gli italiani scaricando sulle loro tasche i costi di un'attività fisiologicamente in perdita.
  5. In Sicilia non è mai partita una vera e generale Raccolta Differenziata, la sola che può consentirci di rispettare gli obiettivi di riciclo e riduzione rifiuti e ridurre le tariffe ai cittadini.
Potremmo continuare, ma pensiamo che sul punto siano sufficienti queste poche inoppugnabili constatazioni.

Per ciò che riguarda più in generale la reiterata richiesta del governo regionale della dichiarazione d'emergenza, a tutt'oggi non si capisce per quali scopi dovrebbe essere concessa. A leggere le dichiarazioni rilasciate dal presidente negli ultimi due mesi l'emergenza sarebbe servita a:
  1. distribuire alle famiglie siciliane le compostiere domestiche (metodologia che viene correntemente utilizzata da oltre vent'anni nell'ambito delle raccolte differenziate in aree extraurbane);
  2. a riaprire qualche vecchia discarica (peccato che non si possa a fare e che nel frattempo sia arrivata una condanna della Corte di Giustizia Europea proprio per quelle discariche);
  3. da ultimo per realizzare tre inceneritori;
Tutte ragioni sulle quali evitiamo ogni ulteriore commento per carità di patria, ma che chiariscono perché esista una distanza siderale tra la gestione dei rifiuti in Sicilia e nel resto d'Italia e d'Europa.

Meglio di noi l'inopportunità di una dichiarazione d'emergenza in queste condizioni è stata chiarita dai due presidenti delle Commissioni ambiente di Camera e Senato, Realacci e Marinello, in una nota ufficiale inviata al presidente del consiglio Matteo Renzi il 12 dicembre scorso, che alleghiamo

venerdì 17 ottobre 2014

Da Siracusa NO alle trivellazioni nel canale di Sicilia, da parte di Legambiente, Greenpeace e WWF

Greenpeace, Legambiente e WWF  a Siracusa per dire no alle trivellazioni nel Canale
di Sicilia e chiedere l’abrogazione dell’articolo 38 del decreto Sblocca-Italia

“Indispensabile rivedere la politica energetica nazionale ed abbandonare definitivamente
la strada delle fonti fossili”


L’Italia non è una colonia dei signori del petrolio. A ribadirlo sono Greenpeace, Legambiente e WWF oggi a Siracusa, seconda tappa del programma di iniziative ambientaliste organizzate nei “punti caldi” della Penisola, per dire no al rilancio delle trivellazioni a terra e a mare. A bordo della nave di Greenpeace Rainbow Warrior, ormeggiata nel porto di Siracusa, le tre associazioni ambientaliste hanno criticato i contenuti dell'art. 38 del decreto "Sblocca Italia" con il quale, grazie ad una serie di forzature normative e costituzionali, si rilanciano indiscriminatamente su tutto il territorio nazionale, sia a terra che in mare, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi in Basilicata e nei mari Adriatico, Ionio, Alto Tirreno e nel Canale di Sicilia.
In particolare in Sicilia è in corso un vero e proprio assalto al mare da parte delle compagnie petrolifere: sono 12.908 i chilometri quadrati interessati dai cinque permessi di ricerca già rilasciati e da altre 15 richieste di concessione, ricerca e prospezione avanzate. Questo, nonostante, già oggi nel Canale di Sicilia vengano estratte (dato a fine 2013) 301.471 tonnellate, il 41% del totale nazionale del petrolio estratto in mare. Dal mare alla terra il passo il breve. Anche sul territorio siciliano sono forti gli interessi delle compagnie petrolifere. Già oggi l’attività è particolarmente intensa, con 5 impianti (Gela, Giurone, Irminio, Ragusa e S. Anna) da cui vengono estratte (dato al 2013) 714.223 tonnellate di petrolio (il 15% della produzione nazionale su terraferma). A queste si devono poi aggiungere i 5 permessi di ricerca, per poco più di 3700 kmq di superficie, e le 11 istanze per 164 mila kmq circa oltre le tre richieste per aprire nuovi impianti estrattivi. Senza contare che gran parte delle richieste in fase di valutazione provengono da compagnie straniere, la cui attività non porterà benefici all’economia nazionale. Una corsa all’oro nero che rischia tra l’altro di compromettere per sempre il futuro delle popolazioni coinvolte da possibili incidenti che metterebbero in pericolo ambiente, turismo e pesca. Per questo Greenpeace, Legambiente e WWF da Siracusa chiedono ai membri della Commissione Ambiente della Camera dei deputati di decidere per l’abrogazione dell’art. 38 del decreto legge Sblocca Italia e lanciano un appello al Governo e Parlamento affinché si abbandoni definitivamente la strada delle fonti fossili e si segua, invece una nuova politica energetica che punti all'efficienza ed alle rinnovabili.

“Il Governo Renzi, con le disposizioni contenute nell’art. 38 del decreto legge Sblocca Italia, - spiegano le associazioni - favorisce la nuova colonizzazione del nostro territorio e dei nostri mari da parte dell’industria petrolifera, invece di difendere l’interesse pubblico ad uno sviluppo economico sostenibile. In particolare l’articolo 38 è nel solco di una strategia del Ministero dello Sviluppo Economico che tende a favorire gli interessi dei petrolieri sin dal 2010, quando ci fu la modifica del Codice dell’Ambiente (con l’art. 2 del decreto legislativo 128/2010) sulla interdizione alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi in una fascia di 12 miglia dal perimetro esterno delle aree naturali protette marine e costiere, e cerca di scardinare qualsiasi norma prudenziale, prima con l’apertura delle attività nel Golfo di Taranto, già nel 2011, poi con la sanatoria delle “procedure in corso” al giugno 2010 seppur localizzate nelle aree interdette (contenuta nell’art. 35 del “decreto sviluppo” n. 83 del 2012) e ancora con l’individuazione di una nuova area di sfruttamento, grande quanto la Corsica, tra la Sardegna e le Baleari (con il Decreto Ministeriale del 9/8/2013).

Le associazioni ritengono, tra l'altro, che le disposizioni contenute nell'art. 38 del dl 133/2014: 1) consentano di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi senza individuare alcuna priorità; 2) trasferiscano d’autorità le VIA sulle attività a terra dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente; 3) compiano una forzatura rispetto alle competenze concorrenti tra Stato e Regioni cui al vigente Titolo V della Costituzione; 4)  prevedano una concessione unica per ricerca e coltivazione in contrasto con la distinzione tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi del diritto comunitario; 5) applichino impropriamente e erroneamente la Valutazione Ambientale Strategica e la Valutazione di Impatto Ambientale;  6) trasformino forzosamente gli studi del Ministero dell’Ambiente sul rischio subsidenza in Alto Adriatico legato alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in “progetti sperimentali di coltivazione”; 7) costituiscano una distorsione rispetto alla tutela estesa dell’ambiente e della biodiversità rispetto a quanto disposto dalla Direttiva Offshore 2013/30/UE e dalla nuova Direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale.

In Sicilia tra le ultime richieste presentate due sono quelle relative alle attività di prospezione. Entrambe sono state presentate nell’aprile scorso dalla Schlumberger Italia per un’area di 6.380 kmq. Una riguarda il mare nella zona a largo di Agrigento e di fronte la costa orientale di Pantelleria; mentre la seconda si pone l’obiettivo di indagare l’area che di recente il Governo ha messo a disposizione delle compagnie petrolifere. Si tratta infatti dell’ampliamento decretato nel dicembre 2012 (DM 27 dicembre 2012), della Zona C nello Ionio meridionale compresa tra Capo Passero e Malta. Altro che nuovi limiti e divieti per le attività estrattive, come spesso sono state presentate le ultime disposizioni normative, anche da questi elementi si evince come l’interesse delle compagnie petrolifere sia sempre più forte nei confronti del mare italiano e come lo stesso Governo nazionale negli ultimi tempi abbia varato diverse norme che favoriscono le società proponenti e ampliano le aree di attività a disposizione per la loro attività. Le piattaforme attive sono Gela 1, Gela Cluster, Perla e Prezioso, di proprietà della società Eni Mediterranea Idrocarburi, e Vega A, di proprietà di Edison. A queste rischiano di aggiungersene 4, oggi in fase di valutazione di impatto ambientale. Due nel tratto di mare antistante Licata e Palma di Montechiaro e una di fronte la costa meridionale di Pantelleria, dove è già stato rilasciato anche un permesso di ricerca per 657 kmq di area marina. Oltre a queste c’è poi il progetto di ampliamento dell’attività estrattiva accanto alla piattaforma Vega A di Edison, a largo di Pozzallo, con un secondo impianto denominato Vega B.

Dalla Sicilia, l’isola che ospita 3 tra le più grandi raffinerie di petrolio del Paese e ne patisce le pesanti conseguenze ambientali e sanitarie, le associazioni ambientaliste lanciano l’appello a fermare la deriva petrolifera, nell’interesse generale del Paese e di gran parte dei settori economici più avveduti, per avviare anche in Italia una rivoluzione energetica, garantendo uno sviluppo sostenibile e duraturo sul piano economico e occupazionale. A dimostrazione dell’assurdità della scelta di puntare ancora sul petrolio, basti ricordare che le quantità di greggio stimate sotto il mare italiano sono di poco meno di 10 milioni di tonnellate e, visto che il nostro consumo annuo è pari a 61 milioni, si esaurirebbero in soli due mesi. Considerando anche quelle sotto il suolo italiano si arriverebbe a 82 milioni di tonnellate di riserve certe, anche in questo caso però durerebbero per poco meno di 17 mesi.


Dopo Siracusa, le altre iniziative ambientaliste organizzate da Greenpeace, Legambiente e WWF per dire no al rilancio delle trivellazioni a terra e a mare saranno: il 27 ottobre a Pescara (in Abruzzo), a Bari (in Puglia) e a Potenza (in Basilicata)

giovedì 16 ottobre 2014

Sblocca Italia e rilancio delle trivellazioni a terra e mare

CONFERENZA STAMPA VENERDÌ 17 OTTOBRE ALLE ORE 14.30 A BORDO DELLA RAINBOW WARRIOR, LA NAVE DI GREENPEACE ORMEGGIATA PRESSO IL PORTO DI SIRACUSA, MOLO 4

WWF ITALIA, LEGAMBIENTE E GREENPEACE ITALIA presentano l’iniziativa per contrastare il rilancio indiscriminato delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi nei mari Adriatico, Ionio, Alto Tirreno e soprattutto nel Canale di Sicilia e impedire l’ulteriore colonizzazione petrolifera della Basilicata.

Nell'ambito dell'azione comune sul c.d. decreto legge "Sblocca Italia" (dl 133/2014), si terrà venerdì 17 ottobre alle ore 14.30, presso la Rainbow Warrior, la nave di Greenpeace ormeggiata presso il molo 4 della banchina S. Antonio di Siracusa, la conferenza stampa delle  associazioni che sarà focalizzata sui contenuti dell'art. 38 del  decreto.

Sono stati invitati a partecipare i parlamentari eletti alla Camera e al Senato della Repubblica nel collegio siciliano per un confronto e una riflessione sulle forzature normative e costituzionali contenute nell’art. 38 del d.l. 133/2014.

Le associazioni ritengono, tra l'altro, che le disposizioni contenute nell'art. 38 del dl 133/2014:
1) consentano di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi senza individuare alcuna priorità; 2)trasferiscano d’autorità le VIA sulle attività a terra dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente; 3) compiano una forzatura rispetto alle competenze concorrenti tra Stato e Regioni cui al vigente Titolo V della Costituzione; 4)  prevedano una concessione unica per ricerca e coltivazione in contrasto con la distinzione tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi del diritto comunitario; 5) applichino impropriamente e erroneamente la Valutazione Ambientale Strategica e la Valutazione di Impatto Ambientale;  6) trasformino forzosamente gli studi del Ministero dell’Ambiente sul rischio subsidenza in Alto Adriatico legato alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in “progetti sperimentali di coltivazione”; 7) costituiscano una distorsione rispetto alla tutela estesa dell’ambiente e della biodiversità rispetto a quanto disposto dalla Direttiva Offshore 2013/30/UE e dalla nuova Direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale.

Legambiente Sicilia

SI PREGANO I SIGNORI GIORNALISTI DI ACCREDITARSI DIRETTAMENTE CON L’UFFICIO STAMPA DI GREENPEACE ALL’INDIRIZZO gabriele.salari@greenpeace.org

martedì 14 ottobre 2014

Gela. Pacifico arrembaggio di Greenpeace sulla piattaforma Prezioso. Legambiente: fermare la deriva petrolifera è nell'interesse del Paese.

Legambiente plaude al pacifico arrembaggio che Greenpeace ha effettuato stamane sulla piattaforma Prezioso, nel golfo di Gela dove dovrebbero sorgere altre due piattaforme dell’ENI, contro le quali Legambiente insieme alle altre associazioni ambientaliste, all’ANCI Sicilia, a diversi comuni e alle associazioni della pesca ha presentato ricorso al TAR Lazio. Legambiente ritiene che fermare la deriva petrolifera è nell’interesse generale del Paese e di gran parte dei settori economici più lungimiranti. Il no allo sfruttamento del petrolio del canale di Sicilia non è solo una fissa di pochi comitatini come sostiene Renzi, ma la premessa necessaria per:
- avviare anche nella nostra regione una rivoluzione energetica ed una riconversione economica e produttiva liberata dalle fonti fossili
- rafforzare le eco-filiere agricole, turistiche, tecnologiche avanzate e decarbonizzate
- garantire uno sviluppo futuro, anche sul piano occupazionale e ambientale, sicuramente molto più sostenibile e duraturo.

Nel sottosuolo marino siciliano le riserve petrolifere certe potrebbero coprire appena poche settimane dei consumi italiani generando scarse royalty complessive a fronte di rischi elevatissimi,  visto che gli attuali permessi non rispondono neanche all’obbligo di valutazione di rischio di incidente rilevante.  In base al Piano di pronto intervento nazionale per la difesa da inquinamenti di idrocarburi o di altre sostanze nocive causati da incidenti marini, le varie tecniche di rimozione nelle condizioni ideali di luce e di mare, consentono di recuperare al massimo non più del 30% dell’idrocarburo sversato. Tale percentuale tende rapidamente a zero con il peggioramento delle condizioni meteo-marine contraddicendo le rassicurazione dei petrolieri. Il convinto no di Legambiente Sicilia alle trivellazioni ed alla caccia ed allo sfruttamento del petrolio nel Mediterraneo risponde anche al bisogno vitale di fermare i cambiamenti climatici in atto nel pianeta e causati principalmente dall’uso scriteriato delle fonti fossili.


14 ottobre 2014

L’ufficio stampa